Prodotto di una società malata (Joker)
Attenzione, sono presenti possibili Spoilers!
Alla visione del nuovo "cinecomic" Joker si rimane indubbiamente spiazzati.
Non è un "cinecomic" tradizionale, tanto che la stessa definizione è di dubbia valenza per il film in questione, e colpisce lo spettatore con una drammaticità espressa all'ennesima potenza. Il nuovo film di Todd Philips è anzitutto intimo, racconta il disagio di un uomo (mentalmente instabile) ai margini di una società che, invece di tendergli la mano, cerca di schiacciarlo con cinico disinteresse. Un'opera tinta di violenta critica sociale e, non meno, politica.
La follia del protagonista monta minuto dopo minuto, snodandosi e divenendo sempre più reale nel mentre si intreccia con una Gotham specchio di un disagio moderno.
L'attore non fa il film...però aiuta.
Partiamo dalla parte più "semplice" da snocciolare: La magistrale prova attoriale di Joaquin Phoenix. L'attore non solo recita perfettamente la parte del Joker più umano mai apparso in pellicola, ma lo vive sulla sua pelle come solo la miglior applicazione del metodo Stanislavskij potrebbe fare. Quando il Joker ride a suo malgrado, perché in preda ad una malattia mentale che lo costringe nella risata anche quando vorrebbe piangere o urlare di dolore, nel volto di Phoenix si percepisce in pieno tutta la sofferenza patita dal personaggio, non solo per questa sua malattia che lo incatena a situazioni inconsulte, ma anche e sopratutto per il giudizio inevitabile di chi si trova attorno a lui. Espressività non solo facciale, ma del'intero corpo. Le sue movenze, goffe nella prima parte e piene di liberata follia verso la fine, rendono alla perfezione l'evoluzione stessa del personaggio, regalando allo spettatore emozioni tangibili e mai artificiose. Performance ipnotica che non fa che rimarcare le doti artistiche dell'attore.
Specchio riflesso
Come già scritto, Joker è un film che punta molto l'accento sulla critica sociale. Il protagonista esce fuori dal ruolo di "folle ed enigmatico" (che se vogliamo era perfettamente incarnato da Heath Ledger ne "Il cavaliere oscuro" di Nolan), divenendo un uomo di cui sappiamo molto, ne viviamo il dramma e osserviamo la gabbia sociale nel quale rimane intrappolato a suo malgrado. Arthur, nome del Joker, è quello che vediamo, con le sue frustrazioni, i suoi desideri, la sua estrema infelicità e con la sua malattia pronta a spostare l'ago della bilancia da un momento all'altro. Ed è inserito in un contesto che tanto colpisce, perché realistico e direttamente crudo. Un sistema che non solo rifiuta gli ultimi, ma li schiaccia fino a che non potranno più rialzarsi, togliendo loro speranza e dignità (come quando si vede chiudere il proprio centro di assistenza mentale)...perché gli ultimi saranno sempre gli ultimi se i primi sono irraggiungibili, diceva Frankie Hi-NRG nella sua "Quelli che benpensano". Joker incarna l'ultima goccia in grado di far esplodere il vaso di pandora, la scatenata follia che inconsapevolmente muove un'intera massa proletaria, stanca dei soprusi di una classe ricca, quando sul treno decide di uccidere 3 impiegati del magnate Thomas Wayne, quest'ultimo figura di berlusconiana memoria (il ricco che si presenta come presidente per risolvere i problemi dei poveri cittadini).
Per questo il Joker di Todd Philips risulta essere il prodotto di una società malata, un ragazzo sì disturbato ma non ancora immerso nella malvagità, che all'ennesima angheria subita perde il poco senno che gli era rimasto (similmente a quanto accade al Travis Bickle di Taxi Driver) cominciando a commettere atti di estrema violenza...e godendo della sua rivendicazione, perso ormai nella rivalsa contro tutto ciò che lo ha portato ad essere folle.
È interessante dunque il taglio anticlassista dato all'opera, che sfrutta la scia delle riproposizioni cinematografiche dei vari fumetti per presentare una spaventosa analisi sociale e politica.
Concludo questo breve scritto promuovendo il film, che tanto ha colpito (in negativo) la stampa statunitense perché forse dipinge e porta a galla una farsa ipocrita a cui molti spettatori passivi sono ormai assuefatti.

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